Decalogo, 5: delitto e castigo di una vittima esemplare

Posted on marzo 13, 2007
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Continua l’appuntamento con la rassegna KK10 dedicata al cinema del grande maestro polacco Krzysztof Kieslowski. Il quinto episodio, ispirato al comandamento Non uccidere, fortemente osteggiato dall’opinione pubblica, consentì, all’allora quarantasettenne regista, grazie all’assegnazione del premio speciale della giuria al Festival di Cannes, di svincolarsi una volta per tutte dalla stagnazione sociale della Polonia, imponendosi al pubblico internazionale come uno dei più lucidi autori del cinema contemporaneo. La storia è quella di Jacek che, vittima di un cieco e indistinto senso di rabbia, come un freddo Caino metropolitano, decide di uccidere un tassista di mezza età senza saperne il per­ché, forse solo per smettere di camminare a piedi e fare un giro con la sua automobile. La sua freddezza allucinata, che solo per brevi attimi vacilla di fronte al pensiero dell’irreversibilità dell’atto compiuto, mette a nudo, come nella consumazione di un rito tribale antico, la spietata crudeltà di cui può essere protagonista l’ essere umano. Il cromatismo volutamente distorto da filtri sporchi di verde, di seppia e di nero, mostrano al mondo la bruttezza assoluta di un gesto così estremo, senza alibi, senza retorica, nella prospettiva di chi non ha nulla da perdere. La sobrietà della regia, lo sguardo fermo sull’uomo come prodotto di un mondo senza pietà, la capacità di mostrare l’insensatezza del delitto da qualunque parte esso sia compiuto, affilano Decalogo 5 come una lama che viviseziona il giudizio di chi sta a guardare, mettendolo di fronte all’inspiegabilità del male, alla sua genesi illogica, casuale, dissocian­dolo dalla finalità e dunque dal concetto di colpa, e al tempo stesso mostrandolo come qualcosa di “connaturato” alla vita sociale, come meccani­smo che affonda le radici nel cuore stesso dei rapporti umani.

Sono previste due proiezioni:

la prima alle 19.30
la seconda alle 21.30

Si allegano scheda e programma completo

Per accrediti contattare l’Ufficio Stampa

Cinemacard 07 tutte le proiezioni (14 film) 40 euro

fino a 26 anni 30 euro

ingresso unico 5 euro

Informazioni: 081.5646162 – 081.425037


Decalogo, 5: delitto e castigo di una vittima esemplare

Krotki film o zabijanju (Breve film sull’uccidere), versione lunga del quinto episodio del Decalogo, fortemente osteggiato dall’opinione pubblica e dalla critica polacca, con l’assegnazione del premio speciale della giuria al Festival di Cannes del 1988 ha consentito a Krzysztof Kieslowski, a 47 anni, di svincolarsi una volta per tutte dalla stagnazione sociale della Polonia, e di imporsi al pubblico internazionale come uno dei più lucidi autori del cinema contemporaneo. Che il cinema polacco con la sua monomania nazionale sia diventato per lui troppo angusto sembra alluderlo la scena in cui il giovane protagonista entra in un cinema, e chiede alla cassiera intenta a strapparsi i capelli bianchi dalla testa com’è il film che stanno proiettando: «parla d’amore, ma è una noia», si sente rispondere con vaga indolenza. La sobrietà della scrittura, lo sguardo fermo sull’uomo come prodotto di un mondo senza pietà, la capacità di mostrare l’insensatezza del delitto da qualunque parte esso sia compiuto, affilano Breve film sull’uccidere come una lama che viviseziona il giudizio di chi sta a guardare, mettendolo di fronte all’inspiegabilità del male, alla sua genesi illogica, casuale, dissociandolo dalla finalità e dunque dal concetto di colpa, e al tempo stesso mostrandolo come qualcosa di connaturato alla vita sociale, come meccanismo che affonda le radici nel cuore stesso dei rapporti umani. Jacek, che diventa assassino per un cieco e indistinto senso di rabbia, come un freddo Caino metropolitano ha sulle sue spalle tutto il male del mondo, ma senza essere alimentato dall’invidia del progenitore fratricida: è un giovane di ventuno anni che uccide un laido tassista di mezza età senza sapere il perché, forse solo per smettere di camminare a piedi e fare un giro con la sua automobile. La sua freddezza allucinata, che solo per brevi attimi vacilla di fronte al pensiero dell’irreversibilità dell’atto compiuto, in una delle scene di delitto in tempo reale più lunghe della storia del cinema (quasi sette minuti e mezzo), pare abbia provocato diversi svenimenti tra il pubblico francese la sera della prima. Come di fronte allo specchio della propria aggressività, uno spettatore non può restare indifferente al dramma di due vite sconosciute che si spezzano a vicenda, per caso, nella più totale disperazione. Niente a che vedere dunque con le mode successive, con gli anni ‘90 delle Iene di Tarantino e gli Assassini nati di Stone, con la violenza compiaciuta e rinfacciata come una colpa dell’assuefazione all’immagine ad un disprezzato pubblico onnivoro. La nudità e il silenzio, come nella consumazione di un rito tribale antico come l’uomo, accerchiano le immagini di Breve film sull’uccidere dal cromatismo volutamente distorto da filtri sporchi di verde, di seppia e di nero, e mostrano al mondo la sua bruttezza assoluta, senza alibi, senza retorica, nella prospettiva di chi non ha nulla da perdere. La penosa resistenza del tassista alla morte dimostra, con crudezza, che dare la morte è difficile, sporco, laborioso. In un mondo che rimuove il male, la “matematica” legale vuole che l’assassino sia reso esemplarmente vittima a sua volta, eseguendo quella forma di vendetta che Piotr, l’avvocato di Jacek (forse ispirato, come Piesiewicz, dalla lettura di Il capro espiatorio di Rene Girard), nel giorno del suo esame da procuratore, identifica con il concetto di “pena”. Nel momento in cui il delitto diventa fatto sociale, il circolo vizioso delle vittime non ha più fine: ogni vittima ne reclama un’altra, e il male individuale prolifera nella reazione a catena, nella legge del taglione, nell’idiozia della vendetta. Kieslowski con il suo Breve film lancia una sfida al rassicurante senso di estraneità con cui l’uomo chiude gli occhi davanti al male, sfatando l’illusione comune di essere estranei all’abiezione del delitto. È la società tutta, che si erge a supplente di Dio in terra e che sopprime l’omicida impiccandolo in un orribile scantinato senza finestre, a costituire un meccanismo crudele e «rivoltante» (come urlerà Piotr alla fine, piangendo d’impotenza). Un mostro che cura il suo corpo amputandolo, e che pure agisce in nostro nome e per nostra tutela: non meno agghiacciante, nella contraddittorietà delle sue leggi, dell’assassinio compiuto da Jacek.

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